chemistarchery
mercoledì, 30 maggio 2007

La bestia e il bambino

[racconto a puntate]

 

Cap.6

 

‘la festa’

 

 

Dioniso paffuto, divertito dagli screzi

masticava chicchi d’uva

e dopo aver bevuto

si lanciava in brutti scherzi

stuzzicando la natura.

 

 

I due fratelli arrivarono un giorno alle porte di un bosco. C’era un atmosfera strana intorno. Il bosco si ergeva in una grande radura, spoglia d’alberi, fatta solo di sassi e sabbia. Sembrava un assurdo sortilegio che fosse cresciuto proprio lì. Era quasi tarda notte e i due dovevano trovare un posto dove abbandonarsi alle dolci note di Morfeo, al riparo dalle insidie.

Cosi s’inoltrarono nella boscaglia lungo un sentiero…”sembra battuto” Eromenos stupito “senti anche tu questo rumore?”

 

 . . . t         u         m          f    . . .    t         u         m         f . . .

 

A tratti strani arbusti e cespugli dai frutti rosso acceso coloravano il manto marroncino che invitava i loro passi a proseguire. I fiori che crescevano lungo il sentiero avevano forme e colori mai visti prima. Anche gli alberi erano insoliti…insolitamente vari e così diversi l’uno dall’altro. C’erano querce, pini, fichi. Sulle cortecce si arrampicavano qua e là confusamente edere dalle forme sinuose. Era tutto così “…selvaggio…”. Di tanto in tanto s’imbattevano in piante dalle foglie ruvide che nutrivano di luce grappoli dai frutti violacei. Fuoriuscivano dai posti più disparati, o pendevano dall’alto, “…dal cielo…”

 

. . . t       u        m        f  . . .  t        u        m        f . . .

 

I due fratelli non avevano mai visto una vite, la prima volta la osservarono sbigottiti…la vedevano pendere da un grosso ramo gonfia di frutti…Eromenos ne assaggiò un chicco, lo portò alla bocca, “incosciente”, ma per fortuna “è buono, dovresti provare Agrios! assaggia, è buono!”. Agrios storceva il naso, innervosito. Da quando erano lì, sentiva un inquietudine che non voleva abbandonarlo. Il suo istinto non gli suggeriva nulla di buono. I loro occhi erano a tratti da mille forme e sfumature differenti, che ad ogni passo ammaliavano la vista. Eppure tutto intorno sembrava così desolato, ”privo di vita!”. Non avevano sentito nessun canto di uccelli, fruscio d’api, il rumore scrocchiante degli arbusti calpestati dai cinghiali, niente! Solo a volte un tonfo cupo risuonava da chissà dove. Come rumore mozzato di fulmine, che si propagava lento per il terreno.

 

. . . t    u    m    f  . . .  t    u    m    f . . .

 

Il sole intanto sempre più a fatica penetrava le fronde fitte degli alberi, mentre Apollo completava il giro del suo carro, avvicinandosi alla linea del tramonto.

Quando fu quasi sera, i due rallentarono il passo esplorando una piccola zona, per trovare il posto più adatto dove riposare. Eromenos si arrampicava sugli alberi, cercandone qualcuno “comodo!”. Agrios con le zanne strappava i cespugli e ammucchiava frasche per farne un giaciglio. “Eromenos, i cespugli ricrescono! Li strappo via dal suolo, ma ricrescono!”, ringhiò al fratello nella lingua che solo loro potevano comprendere. “Ricrescono? Ma che dici?”.

Sbigottiti si guardarono più attentamente intorno: quel bosco si rivelava ai loro sensi sempre più misterioso e spaventevole. Intimoriti decisero che era meglio andar via da lì. Sembrava ci fosse un intelligenza dietro ogni filo d’erba, in ogni piccolo bocciolo, sotto ogni sasso. La percepivano scorrere nella linfa d’ogni foglia, condensarsi nel profumo dei pollini, accendersi del colore dei chicchi d’uva.

Così cercarono di ritrovare i segni del loro cammino per tornare indietro, ma non c’era niente: nessuna impronta, neanche un filo d’erba violato. Era come se nessuno fosse stato lì. Si erano persi, intrappolati in quell’atmosfera stregata.

 

. . . t u m  f  . .  t u m  f . . . . . . t u m f  . .  t u m  f . . . . . . t u m  f  . . t u m  f . . .

 

Ad un tratto quel suono divenne più forte e violento. Le fronde tremavano, ma non un filo di vento. Sembravano sbraitare contro il cielo. I tronchi degli alberi intorno, come fossero vuoti, rimbombavano. E a questo si aggiungevano di tanto in tanto suoni alti e confusi di flauti e timballi, le cui note strisciavano tra le foglie secche come serpenti, si arrampicavano sulle edere rigogliose a mo’ di carri su binari metallici. Questa sinfonia ebbra si propagò presto ovunque, come se provenisse da ogni dove, come se fosse lo stesso bosco ad emetterla.

I due fratelli spaventati vagarono confusamente per la boscaglia senza meta, senza speranza. Poi scorsero un piccolo raggio di luce che filtrava attraverso la vegetazione. Lo seguirono senza esitare e più si avvicinavano alla luce più quella musica si percepiva chiara, scandita da un ritmo ossessivo. Quando ormai sembrava a poche decine di passi da loro, si accorsero di un gran focolare allestito in una piccola radura, che si apriva dietro alcuni alberi di fico. Rimasero nascosti dal buio della notte e dalle cortecce, osservando: un orda di esseri intorno al fuoco si agitava in un magma di sagome e luce. Creature metà uomini e metà bestie, donne dai capelli disciolti, tutti presi da un euforia esasperata,  suonavano e danzavano al ritmo di quella musica incessante. I Satiri soffiavano fuori dalle loro canne, unite insieme da cera gialla, vortici incessanti e mutevoli di suoni mai uditi prima. Le Ninfe gridavano a squarcia gola cantando versi insensati o correvano intorno al grande focolare o si univano ai fauni in confusi grovigli di corpi… “Orge diaboliche sotto chissà quale ebbrezza! Quale diavolo può concepire tutto ciò?!” ,disse Agrios, “dobbiamo andar via da qui!”.

“No aspetta…perché?” , rispose Eromenos, “In fondo fin’ora non c’è successo niente di male…quel che ci sembrava malefico era solo un bosco che si rigenera velocemente, e ciò che pensavamo un pericolo è solo una festa giocosa. Perché andare? Uniamoci a loro, tutt’al più che il fuoco ci terrà caldi per la notte”

“Ma che dici? Non sembri più in te, stranito! Non vedi dove siamo finiti? Non hai paura? Io non mi fido affatto di questi essere esaltati…e poi c’è come un odore forte nell’aria, che non preannuncia nulla di buono”

Alcuni satiri facevano girare nel corteo brocche piene di un liquido denso, dall’aroma pesante “rosso come il sangue”, mentre altri satiri le riempivano man mano con i tirsi magici …

 

Le Menadi e i Satiri erano creature care a Dioniso che adoravano la divina ebrezza del vino. Consumatori di orge, instancabilmente festeggiavano l’ Immaginazione.

 

Una ninfa scorse Eromenos che, incuriosito, si era avvicinato al gruppo e subito lo trascinava nella mischia, dove altre lo riempivano di carezze, gli porgevano coppe spumeggianti e portavano i chicchi succosi alla sua bocca inesperta, vogliosa. Agrios rimaneva nell’ombra, contrariato, impaurito, aspettava…

 

postato da: yellowshadow alle ore 22:08 | Permalink | commenti (3)
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