chemistarchery
martedì, 26 giugno 2007

...volo interrotto...

 

 

Tranne che il sogno

non preferisco dolcezze

a caffè e sigarette,

due dopo ogni lungo

extra zuccherato.

 

Al tavolo accanto migrano i pensieri,

fin sotto il cotone dai mille colori

e mi vien voglia di coppe al cacao.

 

Il senso dell'io

ormai si è quietato,

ché siamo alla terza

dopo il gelato...

"dell'acqua grazie"

 

Il signore grassoccio

dice sempre opinioni

poi si volta ammansito

da quei mille colori,

ma riparte sgarbato.

 

Il mio gufo taurino

gorgoglia speranza

come un geiser di piume

vola solo di notte

"di giorno?" ... "sgorga!"

 

Il bambino viziato

vuole ancora gelato,

ma la mamma seccata

chiama schiaffo-marito

e poi parla di un altro vestito.

 

Lo scoiattolo rosso

dona al sole i suoi sogni,

dona al vento la rima,

la malizia ai germogli

e la vita a una scoiattolina.

 

E' un gioco che tento

tra le righe distratte...

convinzioni e certezze

vado cercando

per farne beffe soltanto.

 

La foglia silente

che il veleno non teme

dona l'ombra al serpente

che non sa ricambiare

ma non può farci niente.

 

"Con la coda dell'occhio

ho visto i colori cotone volare via,

ora un vecchio giornale si siede per bere

e dimenticare la malinconia"

 

E la cronaca rosa

è una vedova allegra,

la nera mai si riposa...

faccio un quiz sui gabbiani...

… “???” …

ogni gioia che perde le ali.

 

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martedì, 12 giugno 2007

La bestia e il bambino

[racconto a puntate]

 

 

Cap. 7

 

‘la gabbia’

 

 

Le danze continuarono al ritmo furioso ed incessante dei tamburi, per ore… Agrios osservava il fratello in preda all’euforia, non capiva quale forza si fosse impossessata di lui, rendendolo così…diverso. Eromenos danzava con lo sguardo disperso, gioiosamente inebetito…la luce dei suoi occhi si dissolveva tra mille colori in preda ai fumi dell’alcool. Era stregato. Sempre più stremato dalle danze e dalle Ninfe che si nutrivano della sua energia, violandolo.

Al termine della festa Satiri e Ninfe decisero che non volevano lasciare andare il loro giocattolo umano, volevo averlo sempre con loro, fonte d’ilarità, pozzo senza fondo di curiosità e ingenuità verginale. Un pasto succulento per golosi divoratori d’uva e chimiche fantasie.

Così le Ninfe lo abbracciavano sempre più forte, in una morsa di piacere che lo imprigionava, alcuni Fauni giungevano con funi intrecciate d’edera e liane, cominciavano a incaprettarlo come si fa con un vitello sacrificale. Altri fabbricavano una piccola gabbia sostenuta da due lunghi rami inarcati verso il cielo, innestate nel suolo le appuntite estremità, facevano da scheletro ad un labirinto d’altri rami ingrovigliati, formanti come un nido che si chiudeva verso il basso. Una coppa capovolta. Nessuna fessura da cui accedere alla gabbia. Solo il tirso fatato di un ospite caprino, scortese, fendeva un solco lungo un lato della cupola legnosa, che si allargava, come viva, e poi si richiudeva dopo che gli altri spinsero dentro Eromenos. Si dimenava confusamente lui, ancora preso dai residui dell’ebrezza.

Agrios tentava goffi attacchi contro quegli esseri “maledetti”… ruggiva…ma altre funi lo sorprendevano da ogni ramo sulla sua testa, frustando il pelo ruvido, facendogli del male…aggrappate alle sue zampe, lo trascinavano lontano…all’esterno…mentre gli alberi della foresta si stringevano attorno alla radura dove poche ore prima si era consumato il fuoco baccanale e lo scempio e il fratello e il loro legame e i loro sogni. Dopo pochi attimi era tutto così lontano.

Scaraventato fuori dalla foresta Agrios non riuscì più ad entrarvi. Qualcosa gli impediva di penetrare una muraglia di corteccia che si era creata tutt’intorno. Una forza misteriosa lo fulminava ogni qualvolta tentava di avvicinarsi…

Per molte notti i cani della prateria si nascondevano nelle tane, impauriti da ululati violenti, che provenivano da ogni dove, come se fosse quella stessa steppa arida ad emetterli. Agrios ululava contro la luna. Grida di dolore che mozzavano ogni brezza, ogni rumore intorno. La sofferenza per il fratello perduto. Non seppero più nulla l’uno dell’altro…non rimase nulla del loro legame se non il ricordo.

 

Nelle notti di luna piena gli abitanti odierni di quella prateria aspettano, timorosi di uscire dalle loro case, che ruggiti violenti e rabbiosi, riecheggianti ancora da un passato lontano, incisi nei ricordi arcani delle loro anime, si plachino…fino a morire, come la luce di un sole ardente che si spegne lentamente, fioca, in una gelida sera d’inverno….e li sentono ad ogni nuova grande luna, li sentono provenire dall’interno e non sanno spiegarsi il motivo.

 

 

postato da: yellowshadow alle ore 20:49 | Permalink | commenti (3)
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