La bestia e il bambino
[racconto a puntate]
Cap. 8
‘la violazione’
In un selva oscura
ingabbiato.
Le radici dell’inganno
premono sulla mia testa.
Spiragli di cielo che scorgo,
uno sconforto che a volte si appresta
ad un pianto ch’è subito mozzato:
disturba Loro ogni mia protesta.
Ad ogni nuova luna nuovo fuoco
e danze e balli, e vino e non più io:
solo fantoccio stordito
che allieta con occhi perduti nel vuoto
la Loro ebbrezza spietata.
Non più musico o poeta
cacciatore uomo fratello,
solo pedina di una fede indiscreta,
che abusa di me in un sadico gioco.
Oppio e vino erano parvenza di vita la notte. Erano la notte, erano la vita. Intorno al fuoco baccanale comparivano davanti alle sue pupille dilatate ombre, sagome, colori, suoni in una immaginifica confusione. Solo di giorno, quando le feste non avvenivano, lui tornava alla sua lucidità. Apprezzava ogni raggio di luce filtrato dal groviglio di rami della gabbia. Ogni odore diventava importante. Sempre gli stessi odori ad ogni nuova luce, e sempre più importanti. Importanti e reali. I Satiri e le Menadi, che riposavano quando l’alba giungeva, erano i nemici che si ritiravano per preparare un nuovo attacco, più efficace. Quando cominciavano ad allestire un nuovo fuoco notturno, mentre il sole tramontava, per lui era come un segnale di guerra. Come un soldato in un castello assediato, aspettava. Non c’era via d’uscita. La gabbia, il sole che tramontava. Un nuovo scontro. E poi Loro a trarlo fuori, sbattuto nella radura. Piangeva come chi attende un esecuzione mortale. Bacchette magiche, picche di fuoco, scuotevano la sua coscienza, celavano la realtà, risvegliavano sempre nuovi deliri nella sua mente. Allucinanti. Rosso di vino, giallo di fumi. Rosso di fuoco, nero d’oblio. Ombre tremolanti offuscavano, vibranti, il quadro che si raffigurava: il falò, il falò, risa, risa, ridono Loro, ridono di lui, si nutrono di lui, magma di colori e fuoco, e coppe e flauti, e capelli disciolti al vento, e vento, e vortici, e rami intersecanti ad altri rami ed altro vento che diventava rami, e terra e cielo che diventano vento e fuoco e risa e musica. Solo tracce d’oblio nella memoria delle sue notti. Per tutte le notti. Non teneva più il conto delle notti. Erano solo “notte e il giorno per riposare ed aspettare un'altra notte”
Uno sguardo quasi riconoscente quando lo ponevano di nuovo all’interno della scomoda dimora. Mentre il fuoco si placava il sole fioco del mattino sostituiva quel tetro lucernario. Loro si accasciavano al suolo, ebbri e stanchi, frastornati e stanchi, divertiti e stanchi. “Finalmente stanchi!”. Lui salutava la realtà intorno “Ciao Sole!”. Tutto tornava ad essere quello che era: un fuoco spento e reale, Loro dormienti realmente, foglie reali, vento, semplicemente vento e rami e luce. Ogni cosa con la sua distinzione e la sua distanza. Gli occhi piangevano di lacrime reali, speravano solo in una lunga giornata. Pregavano Apollo di non completare il giro del carro: “Fermati a metà strada! Solo una volta che ti costerebbe?
Così i giorni e le notti si alternavano per il povero Eromenos. Così ormai la sua vita si era ridotta.
Il suo animo ingenuo, la sua curiosità, la sua bellezza verginale, che lo avevano fatto gioire durante i suoi viaggi col fratello, erano ridotte adesso a “mezzo per dilettare Loro, crudeli!”. Era diventato un giullare a servizio di Satiri e Ninfe, che della sua amabilità, della sua bontà, amavano ammirare la perdizione, lo spreco, l’oblio, l’abuso, la violazione.
Abuso dopo abuso,
come si può esser sempre violati
se per violare si attinge ad un pozzo
pur sempre finito -immagino- ?
Pur sempre finito.
Apollo, fa che sia infinito!
Ti prego, fa che conservi
sempre la grazia, nonostante tutto.