chemistarchery
giovedì, 12 luglio 2007

                                

 

Cacciatrice di sogni

 

 

Densamente l’aria ammanta, umida per i giorni di pioggia, la sera.

Gravemente austera, soffoca ogni cosa intorno malinconica, la luna.

La forza del sole mi abbandona, si risveglia affamata la belva che sento

legatami al polso con catene forti: che liberarmene non scelga.

 

t i i   i    i     i       i         i        r       a       !

 

d  i  l  a  t  a  n  d  o   m   i   l   e   i  d  e   e

 

qui          s t r a t           t o n a        qui

 

qua   r r r r r i n g h i a    a    q u a l c o s a

 

teme teme teme

 

 

…il mio parer su lei: che teme di quietarsi un’altra volta….

 

 

altra volta:

Mi soffermai di scatto

alla vista di quel fiore

                              dannato fiore

dai colori mai notati pria d’allora

dagli odori che creavano

                              atmosfere lente

                              f  r   i  a  b  i  l  i   l  e  n  z  u  o  l  a

dettagli mai notati

consuetudini fatate

petali socchiusi

sapevano ammaliarmi in ogni intento

seducendo i miei tremiti irrequieti,

rendendoli contenti

creando nuove mete,

dai colori mai notati pria d’allora

dagli odori che creavano

                              atmosfere lente

                              f  r   i  a  b  i  l  i   l  e  n  z  u  o  l  a

 

…ma ripiegai di scatto

…spine al tatto

 

…il veleno, il veleno!

 

 

…la mia bestia corre e scalpita al pensiero…

freme ad ogni odore nuovo, caccia i sogni, le emozioni.

Piscia fuoco sopra i fiori.

 

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mercoledì, 11 luglio 2007

 

Con questo racconto si conclude una parte della mia vita...ora sono giunto alla fine del sentiero che avevo deciso di percorrere. Sono stanco e devo riposare. Ai piedi di un salice mediterò sugli accaduti della mia vita. Ora che ho migliorato la mira del mio arco, che le mie mani sono diventate più abili, i miei occhi più attenti, questo legno non mi basta più. Voglio fabbricarne uno nuovo, che sia più maneggevole e preciso, leggero ma potente, un altro più resistente.

Guardo le mie vecchie freccie, che hanno lasciato squarci indelebili nelle menbrane della memoria. Le guardo un po' fiero un po' vergognoso, perchè sono state agili e forti, ma non abbastanza, sono state efficaci, ma mai abbastanza. Così ne fabbricherò altre, facendo tesoro della poca arte che ho appreso.

Arriva per ogni guerriero il momento il cui l'arma che ha usato non gli basta più. Il momento in cui non vuole più adattarsi all'arma, ma vuole un arma che si adatti a lui. Così il guerriero diventa fabbro, e falegname per fabbricare un arma che meglio si adatti alle sue qualità; e intagliatore e artista quando decide di abbellirla. Mai invece un fabbro, un falegname, un artista può diventare un guerriero.

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mercoledì, 11 luglio 2007

 

La bestia e il bambino

[racconto a puntate]

Cap. 9

 

‘libertà’

 

 

Gli arti tramutando in bestiale geometria si coprivano di un manto nero. Una coda ispida si allungava dalla colonna sacrale: un residuo di tempi arcani lacerava la pelle, fuoriuscendo in quel presente di sensazioni viscerali. Una forza, che mai aveva sentito, penetrava in fauci che crescevano e gli allargavano il viso. Ed i muscoli dorsali lo costringevano a star giù sulle braccia e sulle gambe che aumentavano la mole. Sentiva di emettere un odore che aveva emesso solo quando era molto stanco dalla corsa o dalla caccia. E si ricordò delle zanne del fratello, cercandosi le mani, e non riusciva a congiungerle senza cadere sul petto. E il ventre non era mai stato così duro e sentiva dall’addome nuova vita che spingeva. E spingeva e spingeva, fino a raschiare la gola con un forte ruggito, ma non faceva male come quando ci provava da bambino, giocando a fare il leone. E sentiva odori a distanza che si attaccavano ad un naso umido di muco, e udiva suoni di ogni sottigliezza, tanto che all’inizio ne fu un po’ confuso. E una trama di sensi e voglie nuove, tessuta da quel istinto improvvisamente liberato, diede un ordine a suoi pensieri, poco prima confusi, storditi e sofferenti. Negli occhi si leggeva “Libertà”

 

 

 

 

spezzate. daivano ilme, dove la corse in riva al fiume, dove la gabbia del giovane amante incatenato era ormaite dalle onde di Un mattino presto dopo una luna piena e densa, tremarono le foglie e le più secche caddero nel fiume investite dalle onde di un rumore. Ruggiva la foresta ed il clamore s’insinuò nella testa delle ninfe, fin dentro i loro sogni, nutriti avidamente dall’estasi notturne… E tutti si allarmarono, improvvisamente desti, confusi da fumi ancora non smaltiti, impauriti si guardarono intorno, ruminando tra i pensieri, cercando la causa di ciò che li turbava. Alcuni si precipitarono a controllare la gabbia. La trovarono squartata. Segni di zanne, sventrata. “Quale bestia può averlo fatto?”. Un solo sospetto: “Che sia tornato quel lupo a liberare il padrone?” Poi ad un tratto uno strano silenzio, come un agguato. Le ninfe si guardavano intorno, impaurite nell’attesa che qualcosa si rivelasse loro, intanto scorgevano delle tracce: ”quattro, solo quattro zampe e non sei!”.

Il sole filtrava dalle fronde degli alberi, e sotto di essi tramavano tenebre e rumori. Satiri e Ninfe si riunirono, discutendo sul da farsi. Un ramo d’improvviso strepita a poca distanza e da esso balza nel mucchio un animale di grossa stazza, ringhia con i canini in mostra. Le ninfe tremano. I satiri, gelati dalla paura, non riescono a fuggire. L’animale li guarda con rabbia e parla loro:

“Sedotto, mi avete rubato l’anima e corrotto, ogni innocenza un lauto pasto, ogni gioia,

maturo frutto da succhiare! Rubata l’anima! Solo una parte di quel giovane è rimasta…

Quella che piangeva per il fratello perduto, quella che sperava rivedere il sole, quella che è rimasta sola, e nient’altro ha avuto se non clamore di musiche ossesse e fantasie iniettate!

Quella divisa dal fratello che mi proteggeva, ma rieccolo anche lui, qui davanti a voi, adesso siamo una cosa sola. Ho nutrito i vostri piaceri fino ad ora. Allo stesso modo voi nutrirete le mie fauci!”

 

Eromenos tramutato in lupo, quel giorno si cibò dei Fauni e delle Menadi che lo avevano imprigionato. Poi fuggi dal bosco verso la libertà.

Adesso corre veloce per foreste e praterie, non suona l’arpa, non riesce a tendere l’arco. Caccia con foga e digerisce le prede ancora vive, morsicandole ogni tanto. Col solo calore del suo corpo si protegge dal freddo delle notti. Solo una cosa gli manca. Il fratello perduto. “Chissà dove sarà finito!”. Lo cerca nella luna e nelle stelle.

Così spesso di notte, sentiamo degli ululati provenire dalla nostra mente, e non da fuori, e non sappiamo spiegarci il motivo. Sono come memorie arcane, scolpite nelle nostre anime che si avvolgono in spirali senza fine, tracciando le geometrie della vita umana. Ci ricordano delle vicenda di Agrios ed Eromenos, degli opposti, la forza e la grazia, che non hanno valore se non quando si completano a vicenda. Altrimenti tutto diviene caos e perdizione, senza via d’uscita.

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mercoledì, 11 luglio 2007

La bestia e il bambino

[racconto a puntate]

Cap. 8

 

‘la violazione’

 

 

In un selva oscura

ingabbiato.

Le radici dell’inganno

premono sulla mia testa.

Spiragli di cielo che scorgo,

uno sconforto che a volte si appresta

ad un pianto ch’è subito mozzato:

disturba Loro ogni mia protesta.

 

Ad ogni nuova luna nuovo fuoco

e danze e balli, e vino e non più io:

solo fantoccio stordito

che allieta con occhi perduti nel vuoto

la Loro ebbrezza spietata.

Non più musico o poeta

cacciatore uomo fratello,

solo pedina di una fede indiscreta,

che abusa di me in un sadico gioco.

 

Oppio e vino erano parvenza di vita la notte. Erano la notte, erano la vita. Intorno al fuoco baccanale comparivano davanti alle sue pupille dilatate ombre, sagome, colori, suoni in una immaginifica confusione. Solo di giorno, quando le feste non avvenivano, lui tornava alla sua lucidità. Apprezzava ogni raggio di luce filtrato dal groviglio di rami della gabbia. Ogni odore diventava importante. Sempre gli stessi odori ad ogni nuova luce, e sempre più importanti. Importanti e reali. I Satiri e le Menadi, che riposavano quando l’alba giungeva, erano i nemici che si ritiravano per preparare un nuovo attacco, più efficace. Quando cominciavano ad allestire un nuovo fuoco notturno, mentre il sole tramontava, per lui era come un segnale di guerra. Come un soldato in un castello assediato, aspettava. Non c’era via d’uscita. La gabbia, il sole che tramontava. Un nuovo scontro. E poi Loro a trarlo fuori, sbattuto nella radura. Piangeva come chi attende un esecuzione mortale. Bacchette magiche, picche di fuoco, scuotevano la sua coscienza, celavano la realtà, risvegliavano sempre nuovi deliri nella sua mente. Allucinanti. Rosso di vino, giallo di fumi. Rosso di fuoco, nero d’oblio. Ombre tremolanti offuscavano, vibranti, il quadro che si raffigurava: il falò, il falò, risa, risa, ridono Loro, ridono di lui, si nutrono di lui, magma di colori e fuoco, e coppe e flauti, e capelli disciolti al vento, e vento, e vortici, e rami intersecanti ad altri rami ed altro vento che diventava rami, e terra e cielo che diventano vento e fuoco e risa e musica. Solo tracce d’oblio nella memoria delle sue notti. Per tutte le notti. Non teneva più il conto delle notti. Erano solo “notte e il giorno per riposare ed  aspettare un'altra notte”

Uno sguardo quasi riconoscente quando lo ponevano di nuovo all’interno della scomoda dimora. Mentre il fuoco si placava il sole fioco del mattino sostituiva quel tetro lucernario. Loro si accasciavano al suolo, ebbri e stanchi, frastornati e stanchi, divertiti e stanchi. “Finalmente stanchi!”.  Lui salutava la realtà intorno “Ciao Sole!”. Tutto tornava ad essere quello che era: un fuoco spento e reale, Loro dormienti realmente, foglie reali, vento, semplicemente vento e rami e luce. Ogni cosa con la sua distinzione e la sua distanza. Gli occhi piangevano di lacrime reali, speravano solo in una lunga giornata. Pregavano Apollo di non completare il giro del carro: “Fermati a metà strada! Solo una volta che ti costerebbe?

Così i giorni e le notti si alternavano per il povero Eromenos. Così ormai la sua vita si era ridotta.

Il suo animo ingenuo, la sua curiosità, la sua bellezza verginale, che lo avevano fatto gioire durante i suoi viaggi col fratello, erano ridotte adesso a “mezzo per dilettare Loro, crudeli!”. Era diventato un giullare a servizio di Satiri e Ninfe, che della sua amabilità, della sua bontà, amavano ammirare la perdizione, lo spreco, l’oblio, l’abuso, la violazione.

 

Abuso dopo abuso,

come si può esser sempre violati

se per violare si attinge ad un pozzo

pur sempre finito -immagino- ?

Pur sempre finito.

Apollo, fa che sia infinito!

Ti prego, fa che conservi

sempre la grazia, nonostante tutto.

postato da: yellowshadow alle ore 14:55 | Permalink | commenti
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